Racconti

La nuvola bianca e il Gran Paradiso

By on 11/06/2013

La parete nord-ovest tutta neve e ghiaccio. Da 3300 a 4016 si sale con ramponi e picozze.
Lo sguardo dei due uomini accarezza il profilo delle vette e il bianco tutt’intorno abbraccia quelle due figure, due punti colorati se osservati da un elicottero che sorvola la zona.

Nessuno dei due ha voglia di parlare. La montagna insegna l’arte del silenzio e i sensi degli uomini sono allertati per svolgere i loro compiti primari. La luce del sole taglia i cristalli di ghiaccio che gli uomini calpestano, scalda piccole porzioni di pelle ancora scoperta, mentre affilate lame di luce sul terreno come raggi laser feriscono gli occhi anche se coperti da lenti scure.

La natura è violenta quando il cielo e la terra sono vicine a fondersi, perché la prepotenza degli elementi naturali si mostra solo quando ci si avvicina sempre di più alla catarsi. Allora l’uomo deve difendersi da troppa bellezza, in quanto la bellezza quando è suprema, non conosce leggi. La natura non ha regole codificate, non possiede legge morale, tutto è regolato dal rapido susseguirsi del giorno alla notte, tutto si ricompone e si disgrega in un movimento continuo anche quando l’occhio dell’uomo si riposa e non controlla il terreno che lo ha accolto come il seno caldo della madre.

L’imprevisto è la regola quando ci si avvicina così tanto alla bellezza, è la sfida che spinge l’uomo verso quel confine portandolo così vicino all’infinito. Ma l’imprevisto può assumere gli aspetti più inquietanti. L’uomo deve competere, organizzare il presente, prevedere il possibile, spingersi fino all’estremo per dimostrare coraggio, abilità, calcolo, superiorità, controllo.

Poi un dettaglio, un rumore appena percepito dall’orecchio umano, una nuvola bianca molto lontana, quasi uno sberleffo di panna che si staglia sul cielo azzurro cattura per una frazione di secondo lo sguardo di uno dei due alpinisti. Ma non basta a raccogliere quel che resta del proprio istinto di sopravvivenza. O forse è la superiorità dell’uomo o la sua limitatezza lo spingono a rischiare, a sperimentare. Oppure, molto più semplicemente, è troppo tardi.

Quando i due uomini si voltano il bianco sberleffo è diventata una massa che si scompone, che avanza come un fiume bianco e travolge gli uomini con le loro certezze. Le gambe sono immobili ed attendono di essere lambite perché quando la fuga non è più possibile resta la resa, incondizionata alla natura che ricompone ciò che ha percepito come un’invasione. E l’uomo forse, in ultimo, respira quell’alito di infinito che cerca invano durante tutta la sua vita….

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