Attualità

Sull’immagine e sulla promozione di un autore

By on 15/12/2021

La prassi imperante impone a chi si pone come creatore di un’opera letteraria quello di esporsi con cadenza settimanale, se non quotidiana, nell’esposizione di propri concetti sui social, con l’obiettivo di mantenere l’attenzione degli altri sempre viva. Essere presenti equivale a non cadere nell’oblio. Ma la domanda che sta a monte è cosa voglio veicolare?

E’ più importante la mia immagine o il contenuto di quello che scrivo? Cosa fa bene alla letteratura?
Dal mio punto di vista scrivere è un percorso di ricerca e qualche volta di sofferenza e la quantità di libri in circolazione non fa assolutamente bene alla letteratura in toto, ma produce nel lettore una situazione di insofferenza. E poi quello che conta sopra ogni cosa non è la mia faccia, ma è la vita dei miei personaggi, quello che accade nelle loro vite, la parabola di un’esistenza misera o grandiosa, quello è il centro dell’obiettivo di chi scrive. Confondere la visibilità della propria immagine continuamente proposta con la forza che proviene da una storia di carta, non è fare bene alla letteratura.

Qual è il compito di chi scrive? Raccontare le discese, le cadute, le paure, le meschinità e dimenticarsi di se stessi. Perché chi scrive è solo un tramite di un meccanismo sofisticato e delicato di ingresso nella vita di un personaggio che non ci appartiene, ma che ci consente di vedere con i suoi occhi o di sentire con le sue orecchie. Ci offre nuove visioni, ci impone soluzioni arbitrarie, forzate e anche scomode, ma necessarie per affermare che la vita anche la più misera ha bisogno di essere raccontata.

Chi scrive è un artigiano delle parole come un falegname è un artigiano del legno o uno scultore un costruttore di corpi di marmo. E poi l’autore di qualsiasi opera letteraria dovrebbe usare lo strumento dell’umiltà non quello della vanagloria. Chi invece scopre un autore dovrebbe trasmettere la sua opinione, la forza delle sue idee, non l’autore stesso.

Nonostante la presenza massiccia sui social di molti autori la disaffezione verso la lettura è imperante. Questo significa una cosa sola: che la rivoluzione insita nelle pagine di un libro non arriva, ma arriva la figura dell’autore, quella si. La letteratura non è spettacolo, non è immagine dello scrittore che in maniera autoreferenziale si impone come un personaggio del mondo dello spettacolo.

Sovraesporsi è un pò come dire : ” guardate che esisto, guardate tutto quello che ho fatto”. Da ciò emerge la paura dell’oblio da parte di chi scrive e anche il bisogno narcisistico di essere continuamente presente esattamente come un attore di teatro.

Piero Dorfles in una recente intervista ha detto: “Si recensiscono libri che non si sono letti, alle volte nemmeno sfogliati, raramente capiti”. Questa frase è stata estrapolata da una lunga intervista nella quale si parla di lettura e giornalismo culturale e si comprende come anche in questo settore vige la regola imperante dell’amicizia, del favore fatto e richiesto.

Allora tutto questo fa bene alla letteratura?

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