Attualità

Nuovi neologismi e la repubblica delle lettere

By on 08/04/2021

Se si fa una veloce ricerca su internet in relazione alla nuove parole che sono entrate a pieno titolo nel linguaggio comune, alcune più usate e conosciute, altre meno, si ha la percezione della totale e irreversibile dittatura della lingua inglese che è ormai entrata nell’uso comune e utilizzata da tutte le fasce d’età e in tutti i contesti.

L’aggiornamento del vocabolario italiano è periodicamente rinnovato dall’ACCADEMIA DELLA CRUSCA che nel nuovo dizionario della lingua italiana inserirà un nutrito numero di vocaboli che dal 2020 sono ormai entrati nell’uso comune. Provare a opporsi a questo fiume di nuovi neologismi significa in qualche modo essere tacciati di vivere fuori dal tempo. Vi elenco i nuovi neologismi che entreranno a pieno titolo nel nuovo dizionario di italiano: Blastare, bralette, coronavirus, distanziamento sociale, droplet,eskere, foodie, ghosting, hater, lockdown,  poliamore, rider, extortion, triggerare. 

Come può rilevare anche l’osservatore più distratto, a parte due termini, sono tutte parole che hanno una chiara derivazione anglosassone. Ma il punto è un altro: come è possibile che non vengano coniate nuove parole dalla lingua italiana che possano essere ugualmente coinvolgenti, o meglio capaci di affascinare ed entrare a pieno titolo nella nostra lingua? Non sto parlando di quanto è accaduto durante l’epoca fascista quando le parole venivano forzatamente italianizzate, ma semplicemente usare la nostra straordinaria lingua per inserire nuovi termini o lemmi moderni che si pieghino agli usi più diversi.

La maggior parte delle parole che ho citato sono anche foneticamente brutte, a parte distanziamento sociale. Mi pare oltretutto che ormai non si possa prescindere dall’uso di queste parole, quando è di tutta evidenza che il contrario non accade, che cioè parole italiane entrino nell’uso comune all’estero.

Mi riconosco tra quelle persone che non amano parlare in italiano quando si recano all’estero per una forma di rispetto verso gli altri paesi. Ho sempre cercato di imparare i fondamenti di un’altra lingua, di mettermi alla prova, cercando di interagire in inglese, in spagnolo o in francese, perché mi piace entrare nel paese che sto visitando senza il filtro protettivo della mia lingua. Magari con strutture frasali semplici, tuttavia mi sforzo di non usare l’italiano.

La lingua italiana è riconosciuta in tutto il mondo come ricca di sfumature, viene studiata ovunque, eppure rimane sullo sfondo un’esigenza, una forma di dipendenza da quello che il mondo anglosassone rappresenta nell’immaginario collettivo. Come se il concetto di modernità in senso assoluto passasse esclusivamente da quel modello di civiltà.

Che il latino – al pari delle altre lingue romanze, dette appunto neolatine – sia la lingua madre dell’italiano e che Dante ne sia il padre è un’affermazione universalmente accettata, e tanto consolidata da apparire indiscutibile. La lingua è certamente l’elemento di più sicura identità per la fisionomia storica dell’Italia, e la “repubblica delle lettere” precede di almeno cinque secoli la nascita dello Stato italiano. In effetti circa il 90% delle parole del moderno vocabolario, come afferma il linguista TULLIO DE MAURO, è già presente nella Commedia.

Dalla fine della seconda guerra mondiale, in uno scenario internazionale profondamente mutato, il francese smette di essere la lingua straniera più diffusa in Italia e in Europa ed è sostituito dall’inglese.

L’american way of life invade tutti i settori della vita quotidiana: dallo sport allo spettacolo, dalla moda alla pubblicità, dalle scienze alla tecnologia. Attraverso i mezzi di comunicazione di massa ( il cinema, la radio, la televisione, il web ) entra in italiano una quantità sempre maggiore di anglicismi.

C’è lo star system di Hollywood ( cast , musical, thriller ) e il mito ribelle del rock ; c’è l’economia del manager , del marketing e degli sponsor ; c’è la lingua dei computer e quella di Internet: il web, l’e-mail, le chat . E negli ultimi tempi ci si è messa anche la politica : bipartisan, moral suasion, question time.

Se l’Accademia della Crusca anziché implementare il dizionario italiano con terminologia anglosassone facesse conoscere lo sterminato repertorio linguistico italiano farebbe cosa utile al mantenimento della nostra lingua. Sono infatti ben 260000 i vocaboli riportati dal dizionario di De Mauro, quando noi in realtà nel linguaggio comune ne utilizziamo 2000 e arriviamo a 2500 con linguaggio più elevato.

La lingua inglese come strumento comunicativo è senza alcun dubbio importante conoscere e padroneggiare, ma non deve diventare un paradigma unico. E’ una forma di dipendenza di cui non abbiamo bisogno. Le influenze di altre lingue sono un contributo al concetto di linguaggio universale, ma non devono trasformare la nostra lingua operando una colonizzazione massiccia , per lasciare ancora un primato alla nostra straordinaria e versatile lingua italiana, per riconoscimento unanime.

 

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