Racconti

Tiffany Giallo

By on 29/11/2017

“ Pronto è il 118? “
“ Si, mi dica, la ascolto.”
“ Per favore può mandare un’ambulanza in via Biancamano 18, mi chiamo Barsanti Guido. E’ urgente.”
“ Di cosa si tratta?”
“ Mia moglie si è sentita male. Non riesce più a respirare, fate presto”
“ Va bene. Ma cosa è successo, mi spieghi meglio”
“ Non lo so…. cioè si è svegliata in piena notte dicendomi che non riusciva più a respirare…che le mancava l’aria…non so fate presto. Ora è cianotica.”
“ Le mando subito una macchina con un medico, solo qualche minuto di attesa…”
“ Grazie, arrivederci.”
“Arrivederci.”
Un medico e due volontari qualche minuto dopo suonano al citofono dei signori Barsanti e effettuano un primo intervento sulla donna.
La donna interrogata dal medico dice di chiamarsi Irene Cao Barsanti. E’ sotto shock e sembra che sia spaventata da qualcosa oltre al malessere dichiarato dal marito. Il medico decide di portarla al pronto soccorso in quanto sono necessari alcuni esami per stabilire con più certezza la causalità degli eventi.
La donna sistemata sulla lettiga viene caricata sull’ambulanza e il marito, raccolte poche cose in una borsa, prende posto a fianco della donna. Durante tutto il tragitto in ambulanza tra la donna e il marito non vi è alcun dialogo. L’uomo sembra agitato, irrequieto, con un rivolo di sudore che gli cola dalla fronte mentre la donna tiene il viso rivolto verso il lato opposto a quello dove è seduto il marito. Dopo alcuni minuti l’ambulanza entra nel pronto soccorso e la donna viene introdotta nel corridoio in attesa della visita del personale del pronto soccorso.
Il marito rimane in attesa nella sala dove si trovano i famigliari di altri ricoverati.
Dopo circa un’ora viene visitata e con un filo di voce annuncia al medico di turno:
“ Dottore io non mi sono sentita male, è stato mio marito che questa notte mi ha premuto il cuscino sul viso per alcuni minuti interminabili….poi sono riuscita a respingerlo con forza e lui è scoppiato a piangere davanti a me senza potersi fermare… devo subito fare una denuncia per tentato omicidio.”
“ Ma.. signora è sicura di quello che sta dicendo? Si rende conto che è un’accusa molto grave nei confronti di suo marito?”aggiunge il medico cercando conforto nello sguardo di un’infermiera.
“ Certo che mi rendo conto. Se non avessi reagito con forza e lui non avesse avuto paura a quest’ora….lei sa che voglio dire dottore… per favore mi chiami un agente perchè non posso assolutamente tornare a casa con lui.”
“ Capisco. Vedrò che si può fare signora..”
Il medico si allontana, è perplesso . Nella sua carriera come medico del pronto soccorso non gli era mai capitata una cosa del genere. Telefona al commissariato più vicino e si fa mandare un’agente per raccogliere la denuncia.
Nel frattempo Guido Barsanti, di professione gioielliere da ben tre generazioni, non riesce ad avere notizie della moglie. Passano due ore ma dietro la porta a vetri che introduce ai vari reparti del pronto soccorso, nessuno sembra potergli dare notizie aggiornate sullo stato di salute della moglie.
Irene Cao in Barsanti, per alcuni anni ha fatto l’attrice di teatro, poi la troupe con la quale lavorava si è sciolta a causa della fuga dell’agente teatrale il quale è scappato con i soldi dell’ultima tourneè. Con immensa tristezza la donna, non avendo più potuto trovare lavoro in altre compagnie teatrali, ha ripiegato aiutando il marito in gioielleria. Da tempo i loro rapporti sono tesi a causa di incomprensioni di tipo economico ed affettivo.
Trascorsa un’altra ora circa, un agente entra nel Pronto Soccorso e viene condotto attraverso numerosi corridoi verso un angolo riparato da una tenda blu, dietro il quale sopra una barella improvvisata si trova la signora Irene, ancora sotto shock. Il dottore parlotta a bassa voce brevemente con l’agente prima di introdurlo dietro la tenda.
“ Signora, buongiorno. Come si sente?”esordisce il poliziotto.
“ Stavo meglio ieri, grazie”
“ Mi hanno detto che lei vuole sporgere denuncia nei confronti di suo marito. Sono qui per ricevere la sua denuncia.”
“ Allora mi ascolti. Mio marito stanotte ha cercato di uccidermi. Ero andata a dormire da quasi mezz’ora ma non riuscivo a prendere sonno, avevo gli occhi chiusi così lui ha pensato che mi fossi addormentata e invece… ero sveglia. Ha afferrato il suo cuscino e l’ha premuto contro il mio viso. All’inizio credevo di non farcela a contrastare la forza delle sue braccia poi però in uno sforzo estremo l’ho spinto via e lui mi ha guardato sconvolto…Io gli ho urlato …. ma cosa stai facendo?Sei impazzito? Lui ha puntato il suo sguardo su di me, ma era come se non mi vedesse e poi si è seduto sul letto e ha cominciato a singhiozzare senza riuscire a fermarsi. Io…io tossivo e non riuscivo a respirare, inoltre mi girava la testa in maniera impressionante, non so forse per la paura di morire, oppure per il principio di soffocamento, credo. Poi lui mi ha chiesto:“ vuoi che ti chiamo la guardia medica?”
“Ho verbalizzato il tutto signora ma quando uscirà dal pronto soccorso, deve passare dal commissariato per firmare. Si rende conto della gravità della sua denuncia?”
“ Gliel’ho già detto, sono consapevole. Non posso tornare a casa, mi farò ospitare da un’amica. Lei capisce come io non possa tornare a casa in questa situazione. Sono distrutta….” le mani della donna, ancora in forte stato di shock continuavano a tremare. Riprese a parlare dopo alcuni istanti di silenzio.
“ Quella casa, la mia casa non riesco più a vederla come prima.. anche i luoghi possono diventare nemici con i quali non c’è più niente da condividere. Gli oggetti, gli spazi un tempo famigliari non hanno più un aspetto bonario… può capirmi ? O le sembra assurdo?”
Nel frattempo Guido Barsanti, seduto a capo chino sulla scomoda sedia di metallo del pronto soccorso, tenendosi la testa fra le mani continuava a tormentarsi con un unico pensiero. Cosa dirà Irene al medico? Se decidesse di denunciarlo che cosa dovrà dire a sua discolpa? Dovrà simulare un esaurimento nervoso, questa è l’unica via d’uscita per evitare una probabile condanna. Ma no, che assurdità, dirà semplicemente la verità. Nessuno crederebbe ad un problema mentale, non ha mai dato segni di pazzia. Lui voleva porre fine alla vita di Irene. Punto.
La verità è un animale che divora dall’interno, che frantuma lentamente le ossa, inghiotte il sangue e svuota l’interno del nostro involucro, come un parassita del legno che non produce alcun rumore dall’esterno. Ma a differenza del parassita del legno che deposita mucchietti di polvere a testimonianza del suo meticoloso lavoro, la verità nascosta non lascia segnali della sua esistenza. L’uomo può trasmettere un senso di disagio, di nervosismo, di irrequietezza ma non definisce, non dimostra in maniera inequivocabile, la propria condotta. La simulazione è un’arte ed alcuni uomini sono abili simulatori per tutta la loro vita. Qualche volta non vivono neanche un disagio interiore, un contrasto. Questa era la modalità con la quale Irene viveva secondo Guido.
La pietra viceversa non ha segreti per Guido Barsanti, non ha angoli nascosti, anzi è il trionfo della luce. La pietra nella sua nudità trasmette solamente purezza, trasparenza, anche attraverso le diverse sfaccettature che la compongono. L’uomo invece è inquietudine, è smarrimento, è fuga dalla realtà, è delirio di onnipotenza, è ambivalenza. Per questo la simulazione è il salvagente dell’uomo incapace di guardare in faccia la realtà e  accettarla. L’inganno se ben orchestrato è anche capace di convincere chi l’ha orchestrato della sua bontà, della giusta causa.
La purezza era un concetto che apparteneva solamente allo studio delle gemme preziose. Le gemme non avevano segreti per Guido. I carati, il taglio, la provenienza. Egli riteneva che solamente le pietre preziose meritassero valore e perciò la donna non avrebbe dovuto circondarsi di oggetti preziosi in quanto assolutamente impura, come anche l’uomo del resto. Quel gesto nei confronti della moglie non era altro che l’evoluzione finale di un processo interiore di distacco dall’umanità. La purezza delle pietre che lavorava avevano portato il gioielliere a distaccarsi dalla realtà, dalla pochezza del genere umano. La moglie era la quintessenza dell’artefatto, doveva porre fine a quella vita finta.
Nel frattempo Irene Barsanti Cao viene aiutata da un’infermiera a rivestirsi. Si sente meglio e accompagnata dall’agente di polizia raggiunge il vicino commissariato per ribadire la sua accusa di tentato omicidio nei confronti del marito.
Guido è rimasto seduto con la testa fra le mani, nessuno sembra essersi ricordato di lui, nell’atmosfera concitata del pronto soccorso. Egli è angosciato in quanto non sa che cosa accadrà, se Irene farà la denuncia, oppure se tacerà.
Irene ha preso un taxi e si è fatta portare a casa. Ha raccolto un po’ della sua biancheria, qualche vestito e l’ha buttato in una grande sacca, senza badare. Lei sempre così attenta a piegare gli abiti, per non spiegazzare, non sgualcire, improvvisamente non riesce a controllare un bisogno imperioso di allontanarsi da quella casa. La sua amica Giulia vive da sola ed è sicuramente felice di offrirle un rifugio. Giulia non ha mai potuto sopportare Guido, ha sempre percepito una qualche falsità, dei modi artefatti che non l’hanno mai convinta.
La donna prende il telefonino, chiama il taxi e scende attendendolo sotto casa.
Mentre aspetta si ricorda che non si è nemmeno pettinata, non un filo di trucco e le sue scarpe sono strette e le fanno male. Quando arriva il taxi si infila dentro come una furia, gettando sul sedile la sacca, poi estrae dalla borsa uno specchietto e si guarda. Lo specchio le rimanda l’immagine di una donna ancora attraente ma lo sguardo è opaco, spento. Due rughe ai lati della bocca sembrano più pronunciate e una lacrima scende dall’occhio destro e si ferma appena sopra il labbro. Prima di riporre lo specchietto nella borsa Irene si accorge che il tassista la sta osservando e il suo sguardo non sembra privo di interesse. Allora finge di cercare qualcosa nella borsa e abbassa gli occhi.
Non una sola parola durante il tragitto ma l’uomo sembra aver colto che un dramma intimo la sta tormentando , in quanto è abituato ad osservare i suoi  clienti ed a intercettare sguardi smarriti e dolorosi. Sotto casa di Giulia Irene allunga una banconota da dieci euro all’uomo e scende trascinando la sua sacca fino all’ascensore.
Guido è tornato a casa, ma viene dopo poco raggiunto dalla polizia che lo conduce davanti al pubblico ministero di turno per essere sentito in seguito alla denuncia della moglie.
Viene introdotto in una stanza della questura e si siede davanti ad una scrivania di vetro con un computer e una stampante a fianco. Sul tavolo due cellulari e alcuni fogli sparsi. Dopo alcuni minuti di attesa entra il giudice. Sembra un giovane di prima nomina, con una postura dimessa e uno sguardo mesto. Più che un giudice appare uno studente insicuro che non sa come iniziare l’interrogatorio dell’uomo seduto di fronte a lui.
Guido è nervoso, le sue mani sudano e rimane in silenzio, in attesa delle domande del giudice.
Il giudice fa un paio di telefonate con il cellulare e sembra ignorare totalmente il Barsanti che continua a stare a capo chino. Intanto sono trascorsi quasi dieci minuti e il gioielliere attende quella conversazione come se fosse un momento atteso da sempre, come la resa dei conti finale, la partita decisiva. Finalmente il giudice apre il fascicolo “ tentato omicidio Cao” e alza lo sguardo annoiato su Guido, per poi interpellarlo così:
“ Barsanti Guido lei è stato denunciato in data odierna da sua moglie Irene Cao per tentato omicidio. Ho qui un verbale firmato dall’agente che ha raccolto la denuncia di sua moglie all’ospedale dei Martiri alle ore 10.30 di stamattina. Lei stanotte ha cercato di soffocarla con il cuscino e poi si è ravveduto e ha chiamato i soccorsi. Che cosa è successo esattamente a casa sua?”
“ Vuole la verità?” domanda Guido passandosi una mano sugli occhi come a scacciare gli ultimi dubbi.
“ Certo. La ascolto.” Il giudice non lo guarda, come chi è abituato a ricevere denunce e non presta attenzione all’interlocutore.
“ Lei ha mai sentito parlare del “ Tiffany Giallo”?
“ No. Ma scusi che significa..”
“ Lei sa che io sono un gioielliere ma sono anche un orafo. Un orafo da tre generazioni. Il Tiffany Giallo è un diamante colorato di 287,42 carati scoperto nelle miniere di Kimberly in Sudafrica nel 1978, ed è uno dei più celebri diamanti colorati esistenti al mondo. Fu venduto a Tiffany, il celebre gioielliere di New York, che lo affidò al suo gemmologo il quale realizzò un taglio a cuscino, che ridusse il diamante a 128,54 carati, con 90 faccette per massimizzare la brillantezza. Ecco vede per me il diamante è il simbolo della perfezione e della purezza e Irene, mia moglie, invece è il simbolo della falsità e non mi appartiene più. Io non mi fido più di lei.”“ Scusi ma non riesco a capire il collegamento tra il diamante e sua moglie”
“ Mia moglie è un’attrice di teatro che sfortunatamente dopo la chiusura della sua compagnia, non ha più potuto recitare ed è venuta ad aiutarmi in gioielleria. Ma mia moglie non può avvicinarsi ai gioielli, la sua vita funziona solo nella finzione. E’ un’attrice che recita continuamente, anche quando non sta su un palcoscenico. Lei capisce come io non possa tollerare che chi si avvicina al mondo delle gemme non abbia un atteggiamento autentico, privo di falsità.”
“ Devo interromperla. Guardi che io le ho fatto una domanda ben precisa. Cosa è accaduto stanotte tra lei e sua moglie, mi risponda subito senza giri di parole” disse il giudice questa volta affrontando lo sguardo sfrontato del gioielliere.
“ Non posso. Lei deve capire PRIMA il mio ragionamento. Mia moglie ha fatto del teatro la ragione unica della sua esistenza. Poi ha subito un contraccolpo quando non ha più potuto recitare e si è adattata a fare la commessa nel mio negozio. Non ha mai dato importanza al mondo dei preziosi e si è prestata a questo lavoro con un atteggiamento così finto, artefatto, dimostrando quello che è veramente. Una donna che non vale niente, perché si piega a qualsiasi situazione, come un attore che si infila in qualsiasi personaggio per il denaro, o forse per non essere se stesso.
“ Basta. Signor Barsanti adesso è troppo. La sua, mi sembra un’ inutile enfatizzazione. Risponda invece alla mia domanda. Adesso.”
“ Si è vero ho cercato di ucciderla. Non posso negarlo. Poi ho avuto…pietà di lei e ho chiamato i soccorsi.”
“ Se fosse stata onesta sua moglie avrebbe dovuto rifiutare il suo lavoro, non è così? Ma si rende conto di quello che sta dicendo? Sua moglie ha contribuito all’attività famigliare, nonostante la sua passione non fossero le pietre preziose. In ciò ha dimostrato amore verso di lei. Questo non l’ha pensato mai, Barsanti? Cosa mi dice adesso? “Aggiunse il giovane giudice alterando il timbro della voce.
“ No. Non ha capito. Irene recitava con i clienti, attribuiva valore anche alle pietre di poco valore. Mentiva spudoratamente in continuazione.”
“ Guardi, io so che quando un gioielliere vende un oggetto prezioso accompagna sempre il prodotto con un certificato di garanzia.”
“ Certo. Ma io vendo la purezza, non vendo vestiti, scarpe o oggetti banali.”
“ Senta Barsanti la sua giustificazione non ha alcun peso, in questo momento. Lei sarà incriminato per tentato omicidio. Ha diritto a scegliersi un difensore di fiducia.”
Guido Barsanti, orafo da tre generazioni, non ha più argomenti a sua difesa. Il giudice non ha capito il suo ragionamento o non l’ha ritenuto credibile. Guido prima di voltarsi per essere consegnato ad un agente, guarda il giudice negli occhi un ultima volta e pronuncia una sola frase:
“ Signor giudice si ricordi del Tiffany Giallo.” ed accompagna questa frase con un sorriso ironico quasi come se la detenzione o l’incriminazione non lo riguardasse direttamente. Poi si consegna nelle mani dell’agente e sparisce oltre la porta.
Il giudice rimane perplesso per molti giorni, ripensando a quello strano interrogatorio. Non riesce a dimenticare il gioielliere e il ragionamento che gli ha fatto.
Passa del tempo, l’uomo viene incriminato per tentato omicidio e condannato.
La moglie continua nella gestione del negozio. Dopo alcuni mesi accade un fatto di cronaca. La gioielleria del Barsanti, mentre l’uomo è in carcere, subisce una clamorosa rapina. Molti pezzi, i più preziosi contenuti nel caveau dell’oreficeria, vengono sottratti dai rapinatori. La moglie viene trovata legata ed imbavagliata nella cantina del negozio. Non ci sono testimoni della rapina se non la telecamera posta nei locali della gioielleria, che rimanda le immagini dei due rapinatori con il volto coperto da un passamontagna, i quali hanno compiuto la rapina e hanno condotto poi la donna nelle cantine.
Irene Cao denuncia all’assicurazione l’ingente furto. La gioielleria del marito era una delle più prestigiose della città e si trovavano molti pezzi di alta gioielleria che durante la rapina ovviamente erano stati sottratti. L’Interpol attivata per le ricerche, non riesce a trovare traccia dei rapinatori che sembrano essersi dissolti nel nulla.
A distanza di qualche mese il giovane giudice a suo tempo incaricato del caso Barsanti/ Cao, legge su un quotidiano locale una notizia che lo stupisce.
“ La nota gioielleria Barsanti dopo lo sconcertante fatto di cronaca che ha visto protagonista il titolare Guido Barsanti, condannato per il tentato omicidio della moglie, è balzata nuovamente al centro delle cronache cittadine per la rapina durante la quale molti preziosi sono stati sottratti e la moglie è stata l’unica testimone della sciagurata rapina. Da alcuni giorni la gioielleria non ha più riaperto i battenti, inoltre la signora Cao sembra svanita nel nulla. L’Interpol, che non ha ancora rintracciato i rapinatori, ha diramato una ulteriore richiesta per tutti gli aeroporti e le frontiere alla ricerca anche della donna.”
Il giudice dopo aver letto questa notizia rimane perplesso e continua a ripensare all’interrogatorio con il Barsanti, a quello strano discorso sulla purezza delle gemme e sulla necessità della moglie di continuare a recitare. Forse quell’uomo aveva visto giusto?
Il giudice decide che vuole vederci chiaro in tutta questa vicenda e inoltra una richiesta al giudice di sorveglianza per ottenere un colloquio con il Barsanti e sentire il suo parere. E’ sicuramente anomalo che un giudice si mostri così interessato alla vicenda umana del gioielliere, ma c’era qualcosa nel ragionamento dell’uomo che allora gli era sfuggito e che ora appariva sconcertante.
Chi era Irene Cao e quale significato aveva l’ultima frase pronunciata dal gioielliere prima di essere assicurato alla giustizia?
I due uomini si incontrano, a distanza di circa un anno dall’ultimo loro colloquio, in una saletta della casa circondariale dove Guido Barsanti sta scontando la sua pena.
L’uomo accoglie il giudice con una vigorosa stretta di mano, poi si siede e affronta con sicurezza lo sguardo del giudice, in attesa delle sue prevedibili domande.
“ Barsanti ho richiesto questo colloquio con lei perchè ho bisogno di sapere.”
“ Cosa vuole sapere? Mi sembra tutto chiaro, evidente.”
“ Allora visto che le sembra tutto chiaro, lo espliciti anche a me. Mi parli di Irene.”
“ Irene forse è a Capo Verde, o in qualche altro paese dell’America centrale insieme ai due rapinatori. Non è un caso la sua scomparsa.”
“ Lei già sapeva quello che sarebbe successo?”
“ No. Ma conoscevo Irene. Me l’avrebbe fatta pagare. A lei non interessava la gioielleria, non capiva il significato e la costruzione di una gemma, il lavoro artigianale, insomma la passione. Lei vedeva unicamente nei gioielli il simbolo della ricchezza.”
“ Perchè proprio Capo Verde?”
“ Perchè in quel paese non c’è trattato di estradizione con l’Italia. Una volta me ne parlò incidentalmente. Sa cosa le dico? Se la conosco bene come credo, nonostante i sigilli posti al mio negozio se lei riuscirà ad ottenere un mandato per una perquisizione, lei vedrà che nel mio studio, quasi sicuramente Irene ha lasciato un segno chiaro, un’ ultima beffa a me indirizzata. Troverà sicuramente su un panno di velluto nero, un frammento millimetrico di diamante grezzo, quasi invisibile ad occhio umano.”
“ Era quello che mi ha voluto dire quando mi ha parlato del “ Tiffany Giallo”?
“ Esattamente. Irene non poteva più recitare, quindi non poteva più essere se stessa, così ha costruito un inganno grandioso come suprema vendetta.
A distanza di alcuni giorni il giovane giudice riuscì ad ottenere dalla polizia un mandato di perquisizione per i locali della gioielleria Barsanti e con uno zelo ed uno scrupolo maniacale perlustrò egli stesso ogni angolo della gioielleria e anche lo studio/laboratorio dove, in un punto della scrivania del Barsanti, trovò un quadrato di stoffa di velluto nero sul quale un brillante dello spessore di un unghia, sembrava dimenticato durante la rapina.

 

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