Attualità

Il taxi di Panahi

By on 19/02/2015

JAFAR PANAHI è un regista iraniano testimone scomodo delle vite dei suoi concittadini. Un uomo che in passato è stato costretto dalla cecità del regime iraniano, ad inserire in un dolce tramite una chiavetta USB, un film girato nel suo paese, affinché potesse circolare ed essere conosciuto. Nel TAXI di Panahi la vita di quella popolazione è raccontata attraverso le parole e gli sguardi di tanti iraniani che si confidano con il tassista, anche manifestando la loro opinione rispetto ai temi della SHARIA.

Per le sue critiche al regime, Panahi è stato condannato nel 2010 a sei anni di prigione e venti anni di divieto di lavorare e andare all’estero. La condanna non è stata applicata pienamente finora. Jafar Panahi comunque non c’era a Berlino, quando ha vinto il 65 °mo Festival con il film ” TAXI” in quanto costretto a non lavorare e agli arresti domiciliari dal regime iraniano. L’Orso d’oro è stato ritirato dalla nipotina, ripresa anche nel film. Fra il pubblico c’era la moglie del regista alla quale non sono permesse dichiarazioni e interviste.

Ecco cosa viene imputato a Panahi: «Manifestazioni contro la sicurezza nazionale e propaganda contro la Repubblica islamica». Quando si impedisce ad un talento di poter svolgere il proprio lavoro si crea un danno non soltanto al singolo uomo ma all’intera collettività, perché la società in toto progredisce e si sviluppa attraverso la conoscenza di paesi e culture che non ci assomigliano in alcun modo e appunto per questo ci consentono di aprire i nostri orizzonti, che sono comunque e sempre limitati.

Un limite dell’uomo, non soltanto nei paesi dominati dai regimi dittatoriali, è la PAURA della conoscenza. Perché conoscere nel senso più ampio, è in qualche modo uno strumento che ci porta a CONTAMINARE la nostra cultura, a rischiare di mescolare e quindi a perdere ciò che crediamo sia un pilastro: la nostra TRADIZIONE. Niente di più falso. Conoscere è un verbo che travalica ogni LIMITE.

FERNANDO PESSOA diceva : ” Ognuno di noi è più di uno, è molti, è una prolissità di se stesso. Perciò colui che disprezza il suo ambiente non è la persona che per esso si rallegra o soffre. Nella vasta colonia del nostro essere c’è una folla di molte specie che pensa e sente in modo diverso.” Libro do desassossego (annotazione del 30 dicembre 1932)

Le molte specie che ci appartengono sono le declinazioni del nostro essere su questo mondo. Le VITE DEGLI ALTRI ci appartengono, ci devono illuminare, ci devono stupire, ci devono far progredire, avanzare, dubitare.

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